Vorremmo anche parlare di altro. Vorremmo ad esempio parlare delle cose di campo, dell’Inter che è reduce da una serata storta a Cagliari, dei modi per riprendere la rotta; vorremmo parlare di Baldé Keita che dopo un’attesa diventata decisamente estenuante sembra pronto finalmente a tornare in pista, mai come questa volta una vera e propria manna dal cielo considerata quella che è la situazione attuale, oppure di Lautaro Martinez che comunque in questo primo anno di esperienza italiana, con tutte le difficoltà del caso, ha comunque dimostrato di poter dire la sua e di poter essere una leva di appoggio importante per l’Inter del presente e del futuro.

O, perché no, parlare delle ultime novità relative alla vicenda stadio; novità forti come un pugno sullo stomaco per tutti o quasi i tifosi dell’Inter, innamorati dello stadio di San Siro che potrebbe passare a peggior vita, sacrificato sull’altare dei costi e della modernità in favore di un nuovo, avveniristico impianto da costruire qualche metro più in là rispetto a dove è ubicato l’attuale tempio. Necessario, forse, per le aspettative di Inter e Milan, ma comunque un eventuale duro colpo da digerire per le quattro generazioni se non di più cresciute all’ombra di questo impianto mitico (il centenario della costruzione cadrebbe nel 2025, sarebbe veramente un destino cinico e baro).

Vorremmo fare tutto questo, senza dubbio. Ma purtroppo, o per fortuna in base al punto di vista di qualcuno, l’agenda setting impone altro. L’agenda setting che da qualche mese si è stabilizzata intorno ad Appiano Gentile ed oltre, nemmeno fosse una cappa di afa irrespirabile e asfissiante portata da quei potenti anticicloni sahariani ormai diventati compagni abituali di ogni estate nostrana, impone che al centro dei discorsi ci sia ancora, pedissequamente lui, Mauro Icardi. Anzi, per meglio dire, loro: Mauro Icardi e Wanda Nara, la coppia che spacca cosa potete deciderlo liberamente voi. E che continua imperterrita in questa incredibile, mielosa, micidiale telenovela che da settimane ormai regala titoli, picchi di share, fiumi di inchiostro e di parole.

Nessuno dei due fa un passo indietro, anche se ormai intorno a loro si è innalzato un muro di diffidenza e di astio dal quale sembra difficile uscire. Eppure loro, in maniera se vogliamo gagliarda, si arrampicano fino alla cima delle fortificazioni e dai merli continuano a rispondere al fuoco col fuoco. Lo fa Wanda, che continua a difendere la propria posizione in tv e sui social ma ha dovuto incassare una serie di ganci che l’hanno messa al tappeto sotto forma di bordate al veleno di Antonio Cassano, che nel suo consueto stile senza fronzoli né ripensamenti ha sbattuto in faccia alla soubrette argentina una dura ma realistica visione delle cose, di un giocatore, Mauro Icardi, che avrebbe tutte le carte in regola per essere uno dei giocatori di prima classe a livello mondiale ma la cui reputazione è ormai minata alle fondamenta da questa situazione tragicomica che inevitabilmente finisce con l’allontanare chiunque (o quasi) possa anche ponderare l’idea di portarlo tra le proprie file. Lei, però, non cede, e specie via social continua coi suoi strali.

Reputazione che comunque anche il diretto interessato sta contribuendo a rovinare non poco con il suo atteggiamento che arrivati a questo punto si fa davvero fatica a definire come dettato dall’orgoglio di un capitano che capitano non è più. Il suo continuo negarsi a rispondere agli appelli di chi vuole tendergli la mano, chiedendogli perlomeno di chiarire la situazione e turarsi il naso almeno fino a fine stagione, il rifugiarsi dietro ad un’infiammazione al ginocchio che ne impedirebbe ancora la disponibilità a scendere in campo malgrado sia stato emesso anche un comunicato ufficiale che di fatto ha smentito qualunque tipo di malessere, soprattutto il tentativo di difesa basato però più sull’io che sul noi precedente alla partita di Cagliari ed alcuni atteggiamenti e ‘like’ che, visti i tempi e corrono, nemmeno per sbaglio possono essere celati sotto il velo di Maya del candore e della superficialità.

Si sente ripudiato, ferito nell’orgoglio, Mauro Icardi: che continua a sostenere l’ingiustizia della decisione di togliergli la fascia da capitano, quella che ritiene sua e di meritare che sia sua, e continua imperterrito a pensare ad una strategia atta ad agevolare la sua partenza a fine anno da Milano, magari in cambio di quel Paulo Dybala

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che sarebbe il secondo perno di una maxi-operazione in grado di garantire plusvalenze e benefici economici prima ancora che tecnici per tutti. Rivendica il ruolo di capitano, Icardi. Ma, e duole dirlo, l’atteggiamento tenuto sin qui dal rosarino non è quello che propriamente si addice ad un capitano. Perché per un capitano, colui che per antonomasia è l’alfiere di una squadra e dei suoi valori, non è consono anteporre l’ego alle esigenze di chi rappresenta, come è stato detto in tutte le salse. Per un capitano non è opportuno abbandonare la nave nel momento in cui sulla propria rotta incombono nubi tempestose. Soprattutto, un capitano non può rimanere nelle retrovie quando la propria truppa è attesa da un vero e proprio confronto in trincea.

Perché sì, signori: l’incrocio di Francoforte in Europa League contro l’Eintracht di Adi Hütter ha tutti i presupposti per essere una vera e propria battaglia. Perché comunque la sfida contro la diva del Meno rappresenta un crocevia insidioso per le velleità europee dell’Inter dopo quella col Rapid Vienna apparsa a tutti gli effetti una sorta di sgambata del giovedì; e poi perché comunque la squadra di Luciano Spalletti sarà attesa da un clima da bolgia infernale, e qui non si parla di semplice rappresentazione poetica come è stato nella prima parte della stagione. I tifosi dell’Eintracht Francoforte sono probabilmente i più caldi, e volendo tra i più turbolenti, dell’intera Germania, capaci di realizzare coreografie maestose e di creare un’atmosfera ai limiti del surreale tra le mura amiche, con buone probabilità di fornire una replica anche al ritorno a San Siro quando vi sarà la calata di 13.500 sostenitori teutonici su Milano (e attenzione per quella data anche all’ordine pubblico, coi fatti di Roma in occasione del match con la Lazio ancora ben vivi nella memoria).

Siamo sicuri che tirarsi indietro di fronte ad uno scontro campale come questo sia un atteggiamento degno di chi reclama il riconoscimento da capitano? Siamo sicuri che sia roba da capitani privare di propria sponte la squadra dell’elemento indubbiamente più forte, quello che potrà avere magari tutti i difetti di questo mondo ma sulle cui doti tecniche e soprattutto di finalizzazione non si può proprio avere nulla, ma nulla nel senso più assoluto, in contrario? Tutti reclamano una soluzione in tempi brevi, per cercare di salvare il salvabile e di non cadere in ulteriori picchi di autolesionismo dei quali nessuno reclamava davvero il bisogno. Ma di passi in avanti in questo senso non sembrano essercene, anzi ormai il capolinea di una storia che poteva essere gloriosa è ormai all’orizzonte.

In una settimana brutta per il mondo dello spettacolo se ne è andato anche Mark Hollis, leader di quella che probabilmente è stata la band più sottovalutata della scena pop anni ’80, i Talk Talk. La prima strofa del loro pezzo più noto, ‘Such a shame’, in italiano suona come un amaro commento di questa situazione: “Che vergogna credere nella fuga”.

VIDEO - TUTTI I DETTAGLI DELLA NUOVA MAGLIA PER I VENT’ANNI DI INTER E NIKE

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